Multicampus e innovazione territoriale

La nostra Università è radicata in molti territori e con le sue attività contribuisce alla loro vitalità e attrattività. Il modello Multicampus ci caratterizza e ci distingue e, per questo, deve essere adeguato ai tempi che cambiano. Siamo nelle città, ma non siamo delle città, perché la nostra autonomia ci richiede di sviluppare un rapporto di forte collaborazione che coniughi le esigenze locali con la ricerca dell’eccellenza internazionale. I prossimi sei anni richiederanno un impegno volto a rafforzare tutte le nostre collaborazioni e promuovere nuove iniziative aperte e partecipate, anche grazie alle risorse dei piani straordinari che arriveranno nei diversi territori in cui operiamo.

a. Il Multicampus

In una Università come la nostra, che ha attraversato tanti secoli, non è facile individuare i momenti particolari che ne hanno segnato lo sviluppo. Tra questi c’è certamente l’inizio di una presenza stabile in Romagna alla fine degli anni ’80. Da allora sono passati oltre trent’anni, che hanno visto crescere l’impegno di docenti e personale tecnico-amministrativo per sviluppare corsi, laboratori, iniziative di ricerca e rapporti con il territorio. È un modello vincente, che ci ha permesso di svolgere il nostro compito nella società allargando gli orizzonti e confrontandoci con la necessità di coniugare l’apertura di nuove attività con iniziative di decentramento per accogliere più studenti pur mantenendo elevata la qualità. Per questo va rafforzato. Serve un intervento sulle regole che restituisca ai Presidenti e ai Consigli di Campus le prerogative necessarie per una efficace azione di indirizzo e una piena valorizzazione delle UOS per garantire forza alla presenza sul territorio. Dobbiamo riconoscere la necessità di presidî amministrativi dedicati ad ogni singolo Campus, con servizi che consentano di operare ovunque secondo gli stessi standard di qualità propri dell’Alma Mater. Tutte le sedi sono diverse e usare genericamente il nome di Romagna non consente di cogliere le diverse specificità territoriali. Dobbiamo impegnarci nel completamento dei programmi di sviluppo già avviati e nella definizione di obiettivi chiari e raggiungibili per il bilanciamento delle attività nelle varie sedi.

b. L’Università come “living lab”

Come ricercatori siamo sempre portati a rivolgere la nostra attenzione in molti contesti, ma forse non facciamo altrettanto al nostro interno. Eppure, in molte nostre attività, possiamo essere un ambito unico e ricco di stimoli per lo sviluppo di progetti avanzati con il territorio.

Il progetto di realizzazione di un “gemello digitale” del patrimonio edilizio lanciato con la Fondazione Innovazione Urbana per i nostri insediamenti bolognesi è un buon esempio che può essere esteso in tutte le nostre sedi. Si tratta di applicare tecnologie innovative per coniugare la gestione economico-patrimoniale dei nostri spazi con una loro piena valorizzazione in chiave di esperienza lavorativa, di opportunità di interazione sociale e di riconsiderazione dei modelli organizzativi per un migliore sfruttamento delle risorse disponibili. È la generazione di uno spazio di scambio e produzione di conoscenza e di relazione digitale, che non va visto come luogo dell’emergenza in caso di problemi, ma come una delle dimensioni in cui vivremo il nostro lavoro ed il nostro tempo in modo sostenibile e funzionale.

Un altro ambito ricco di opportunità riguarda l’apertura di molti nostri altri dati di funzionamento per favorire attraverso politiche concrete di open data la ricerca. Ospitiamo comunità articolate di docenti, studenti e tecnici-amministrativi, che sono portatori di richieste specifiche sui territori in cui insistono in termini di qualità della vita e di esperienza complessiva della quotidianità. Possiamo impostare un approccio strutturato che offra l’Università come un living lab diffuso per lo sviluppo di soluzioni innovative, da portare su una scala più ampia e da estendere a tutte le comunità con cui interagiamo.

c. Il nostro patrimonio e il ruolo culturale

In tutto il paese le Università sono state troppo spesso abbandonate ad occuparsi dei loro patrimoni storici senza un’adeguata dotazione di risorse necessarie ad evitarne il degrado e con un’azione di supplenza rispetto alla mancanza di intervento di altri attori. Anche se noi siamo stati più fortunati, grazie alla generosità degli enti di sostegno nel Multicampus e a diversi progetti di collaborazione con molte istituzioni a Bologna, il tema è ancora attuale, in particolare nelle nostre sedi storiche.

La nostra Università ha al suo interno gioielli tenuti come bigiotteria, risorse uniche che ancora non riusciamo a valorizzare come meriterebbero. L’Archivio Storico inserito nel sistema delle biblioteche, la Biblioteca Universitaria con la sua collezione unica al mondo, il Sistema Museale di Ateneo con le grandi opportunità di sviluppo delle molte piccole realtà di eccellenza, l’edificio e le collezioni di Via Selmi prigioniere di lentezze non solo progettuali, le molte aule storiche, come ad esempio quelle del Ciamician, che si apprestano a svuotarsi con gli imminenti trasferimenti. Parliamo di risorse che offrono enormi opportunità di impatto sul territorio, combinando ricerca, formazione e coinvolgimento attivo della società civile.

Accanto ai contenitori, si pone la questione dei contenuti, delle occasioni di crescita, di sviluppo, di incontro. Dobbiamo rendere sempre più disponibili i nostri spazi per attività a vantaggio del territorio e favorire e sviluppare le iniziative dei Dipartimenti, dei docenti, degli studenti, del personale, dell’associazionismo e delle istituzioni. Molte nostre regole ci hanno resi meno accoglienti, più rigidi e meno aperti del passato, e dobbiamo dunque tornare alle origini.

Vivere sempre i nostri spazi, soprattutto fuori dagli orari delle lezioni e delle normali attività, è una risposta concreta all’occupazione del degrado che si insinua nei vuoti causati dalle assenze: un compito quindi, nel senso più alto e nobile della parola, educativo, culturale e sociale.